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di Roberta Maresci

Dalla strada non si vede. Eppure c’è. Basta citofonare alla storica dell’arte del territorio che vi abita per vederlo. Se ovviamente Rossella Federico è in casa a Taviano (Lecce). Oltre il cancello d’ingresso, scesa una rampa di scale, fa bella mostra di sé un frantoio semipogeo del 1600. Il viaggio è finito: benvenuti nella casa dei frantoiani ( o meglio “trappitari”), che trascorrevano le loro giornate circumnavigando la mola. Insieme a loro bambini, donne, muli e fascette di legna. Con le lanterne a rendere meno cupa una grotta attigua dove celebravano perfino messa. Intorno c’è calcarenite. Sopra il cielo. In mezzo, un mondo all’ombra dell’ex convento dei Padri Francescani Riformisti che qui producevano il loro olio. Nel sottosuolo delle case salentine se ne contano diversi. Sono le cosiddette “Miniere d’oro verde”, dove si produceva un olio di oliva davvero pregiato. Qui la “ciurma”, come veniva chiamato il team degli addetti alle varie fasi di lavorazione (detti anche “trappitari”), era sottoposto alla supervisione del “Nachiro”. Illuminati dall’olio “lampante”, si vedevano bene le “sciave” nelle quali venivano depositate le olive, dopo la raccolta e prima della spremitura. Era l’ambiente del “trappeto”. Al centro, la ruota veniva fatta girare con l’aiuto di un mulo bendato e le olive schiacciate venivano pressate. Tra le due operazioni si faceva riposare il prodotto nei “fisculi”.

 

Regalaci un sorriso!
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