Sembra sciocco ma non credo che tutti abbiano diritto a una loro Sardegna. La mia è diversa da quella alimentata da ricchi investitori. Ma questa è una storia che chi ha una “sua” Sardegna sa molto bene.

Ho visto i Caraibi e altri magnifici mari, ma la Sardegna tocca dei livelli di colore che non ho trovato nel mondo fino ad oggi, solo perché è uno dei miei luoghi del cuore.

La prima volta che l’ho vista ero bambina. Mio padre affittava tutto il mese di luglio una casa di pescatori a La Maddalena,condividendo un piano con i proprietari. Le reti dei letti erano sfondate e i materassi di gommapiuma mi inghiottivano nelle notti di vento.

Caprera era selvaggia, attraversata da una sola strada sterrata,  ti facevi il bagno con i delfini, pescavi fasolari con le mani e te li mangiavi per merenda. Ai due mari eravamo noi e qualche straniero col T1 della wolksvagen, poi quelli del club Mediterrané. Il pomeriggio salivamo su, tra le rocce fino ai fortini abbandonati. Non c’era nessuno, tranne i primi yacht ormeggiati in spiagge, spiagge che noi raggiungevamo dopo anche due ore di cammino tra i cespugli mielosi.

Alla Maddalena cambiavamo spiaggia ogni giorno, in base al vento, e la sera c’era solo il cinema al chiuso. Ancora ricordo il manifesto di Poltergeist, un film che non potevo vedere. Finivamo quindi per mangiare un gelato in piazza dopo aver visto le vetrine piene di coralli e luccicanti fedi sarde.

Per arrivare in Sardegna affrontavamo un viaggio non indifferente, passando la notte in bianco sul traghetto (non avevamo tanti soldi per la cabina) sdraiati sul pavimento, ci volevano quasi dodici ore per arrivare. Infatti eravamo noi, qualche giovane hippy e ovviamente i sardi a condividere il linoleum blu della Tirrena e delle Ferrovie dello Stato con il “passaggio ponte”.

Da allora sono tornata tantissime volte. Ne ricordo però una, in primavera. La mimosa aveva dei grappoli fioriti che non avevo mai visto prima, grandi come frutti. La macchia mediterranea aveva un odore meraviglioso, il mare era di un azzurro intensissimo, segnato da schiuma candida.

Sono stata poi fidanzata con un ricco ragazzo proprietario di una villa a Porto Rotondo: discoteche care e spiagge impraticabili non volevo tornare ma… Invece non sono riuscita a mancara ad un momento unico in cui ho potuto apprezzare Porto Cervo e Poltu Quatu nell’era dello Smaila’s. Un’epoca che ha dato significato alla parola “mondanità”. Ci si sentiva al centro di un mondo che non sarebbe stata più la stessa, pure nella sua vacuità. Una cosa da raccontare ai nipoti, come essere al Bandiera Gialla negli anni sessanta.

E poi un’altra volta a Cala Gonone ho visto le grotte oggi abbandonate dalle foche, ma se dovessi scegliere, opterei per quella volta che partimmo in due con il buster 50 per girarla tutta, la Sardegna. Eravamo in coppia, tra le gambe l’aquilone, la canna da pesca, nel bauletto due t-shirt bianche, una piccola tenda, un tubino nero. Ho visto Orgosolo con la sua pietra con una mano che ammutolisce e parla, una spiaggia luminosa, deserta,  dove per chilometri eravamo io e lui soltanto, giunti da una strada sterrata, e dietro una pineta in cui già lavorava una scavatrice per chissà quali costruzioni. Ho visto le miniere che affacciano dal buio al mare, ho visto cavalli selvatici correre, e donne anziane a dieci chilometri dalla costa che non avevano mai visto la spiaggia in vita loro, ragazze bellissime con fazzoletti colorati d’altri tempi a imbrigliare capelli volanti.

Ho ascoltato meno di ciò che ho visto, perché i sardi raramente mi hanno parlato, ma li ho sentiti, tanto da difendere con loro, ancora oggi, una “mia” Sardegna.

Regalaci un sorriso!
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